Commento al vangelo
Lazzaro era uscito vivo dal sepolcro. L’incontenibile gioia viene celebrata con un momento conviviale nel quale Gesù è il desideratissimo ospite d’onore. Una delle due sorelle di colui che da morto è stato riportato in vita, Maria, letteralmente fuori di sé, decide a un tratto di trasformare la sua intima gioia in un’esagerata manifestazione di gratitudine:
«Prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli» (Gv 12,3).
«Sei giorni prima della Pasqua» (12,1), il cammino della settimana santa inizia così, con una libagione di profumo invadente ed eccedente — trecento denari di profumo erano circa un anno di stipendio — in cui si prefigura e si intuisce tutto il significato della passione del Signore Gesù. Il linguaggio della Pasqua si esprime e si comprende solo nell’orizzonte dell’amore audace, dove la ragionevolezza, il calcolo prudente, la convenienza devono cedere il passo alla lucida follia del dono gratuito. Maria ha colto la segreta bellezza di Cristo e compie un gesto con cui riconosce nella sua persona il cuore stesso di Dio, il quale «distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita e l’alito a quanti camminano su di essa» (Is 42,5). Nel singolare modo in cui Gesù ha dimostrato i sentimenti di amicizia nei confronti di Lazzaro — attendendo la sua morte per poi restituirlo alla vita (cf. Gv 11,6) — Maria ha saputo intuire la mitezza con cui il servo di Dio è chiamato a salvare il mondo, secondo quanto già annunciava il misterioso canto del profeta:
«Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità» (Is 42,3).
La generosità di Maria e la mitezza del Signore dispongono i nostri cuori ad accogliere la prossima festa di Pasqua come fosse un profumo, impalpabile realtà capace di giungere ovunque e di raggiungere chiunque, e di arricchire ogni cosa senza alterare nulla. La salvezza cristiana, infatti, non è l’abolizione dei limiti creaturali né la rimozione delle conseguenze causate dal cattivo uso della nostra libertà, ma è amore che cosparge di speranza ogni paura di vivere e di morire. È profumo (shemen, in ebraico), voce mite ed eloquente in grado di restituire il nome (shem) a ogni cosa. Persino all’assurdità del peccato e alla smentita della morte.Il discepolo Giuda, però, punta i piedi di fronte a questa libera e fragrante manifestazione simbolica dell’amore pasquale e della sua inerme potenza:
«Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?» (Gv 12,5).
Al di là del fatto di essere «un ladro» (12,6) — secondo l’annotazione dell’evangelista — Giuda è figura di ogni nostra incapacità di guardare la povertà non come un problema da risolvere, ma come un’occasione per entrare nella logica del dono e del servizio.Il Signore rivolge la parola al suo amareggiato discepolo, che sembra non riuscire a contemplare colei che, spingendo il suo desiderio di adorazione fino ai piedi del Signore, sta prefigurando la totalità del dono d’amore con cui Dio ha deciso di salvare il mondo:
«Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura» (Gv 12,7).
Solo obbedendo a questo imperativo si può entrare nella gioia e nel mistero della Pasqua: posando le armi, scaricando la rabbia, rinunciando ai giudizi, disobbedendo alle proteste del cuore. In punta di piedi.
(Fra Roberto Pasolini)