DIOCESI DI TURSI – LAGONEGRO (PZ)

Martedì Santo – 31 Marzo 2026

Nella debolezza di Giuda che tradisce e nella presunzione di Pietro che rinnega, contempliamo oggi quella porzione — debole e caparbia — della nostra umanità che non può entrare in alleanza con Dio se prima non è raggiunta e salvata dalla fedeltà del suo amore. Dopo tanto cammino e condivisione di vita, Gesù è ben consapevole della fragilità dei suoi amici. Dentro di lui si mescolano sentimenti contrapposti che già Isaia indicava presenti nel cuore del servo di Dio:

«(Il Signore) mi ha detto: “Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria”. Io ho risposto: “Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze” (Is 49,4).

Attraverso l’avverbio “invano” il testo ebraico non vuole affermare che il servo sta sperimentando una fatica “inutile” e che tutto il suo percorso di amore e di dedizione alla sorte del popolo è votato a sterilità. Lo sfogo del servo del Signore rivela che, a un certo punto, l’efficacia di quanto egli sta sperimentando non può che sfuggire a qualsiasi controllo e misurazione. Il servo annunciato dal profeta Isaia diventa così prefigurazione del Signore Gesù, nel momento in cui la sua missione di salvezza è costretta a rinunciare al totale controllo degli esiti e dei risultati. Di fronte al gregge spaventato dei suoi discepoli, il Maestro comprende che è giunta l’ora in cui il profumo dell’amore di Dio ha bisogno di irradiare la sua invincibile forza fino ai confini estremi della vita e della morte:

«Io ti renderò luce delle nazioni, perché tu porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,6).

Davanti a questa espansione luminosa ci sono però due persone che non riescono ad accogliere la gratuità del dono di Dio. Gesù se ne accorge e denuncia l’inciampo presente nel cuore di Giuda con un gesto finissimo, con il quale trasforma l’ormai deciso tradimento in volontaria consegna:

«E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: “Quello che vuoi fare, fallo presto” (Gv 13,26-27).

Giuda resta libero di compiere quanto il suo cuore non è stato capace di respingere e mortificare. Tuttavia nella sua «notte» (13,30) il Signore pone un boccone di misericordia che, se non può essere accolto, non può nemmeno essere contestato e rifiutato nella sua libertà di donazione.

Oltre la situazione di Giuda, c’è poi quella di Pietro, prigioniero della sua volontà di potenza, convinto di poter e — peggio ancora — di dover dare la vita per il Maestro. Gesù non risparmia neanche a lui un’asciutta e definitiva parola di salvezza:

Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non mi abbia rinnegato tre volte» (Gv 13,38).

Se in Giuda vediamo il “male” da cui è necessario essere salvati, in Pietro possiamo riconoscere il “bene” da cui il Signore intende salvarci. Il primo e l’ultimo dei discepoli rappresentano la nostra umanità che inciampa davanti al gratuito effondersi della carità di Dio, un regalo che non possiamo né negare (Giuda) né conquistare (Pietro), ma che dobbiamo imparare a ricevere continuamente e gratuitamente.

Questa è la verità della Pasqua: la fragilità dei nostri sentimenti e la presunzione delle nostre intenzioni non sono il luogo in cui le promesse di Dio vengono smentite. Sono semmai le circostanze in cui possiamo imparare a rinunciare a misurare coi nostri occhi il mistero della nostra esistenza, per lasciarci guardare e guidare da colui che fin «dal seno materno» (Is 49,5) desidera essere la nostra «dimora sempre accessibile» (salmo responsoriale).

(Fra Roberto Pasolini)