DIOCESI DI TURSI – LAGONEGRO (PZ)

Mercoledì Santo 1 Aprile 2026

Mentre tutti immaginiamo volentieri che la capacità di andare incontro a un doloroso destino non possa che scaturire da una straordinaria forza, la parola profetica rivela che solo a partire da un profondo contatto con la debolezza — e la sua ordinaria, paradossale forza — nasce la possibilità di non tirarsi indietro nell’ora in cui siamo chiamati a testimoniare ciò per cui abbiamo liberamente scelto di vivere.

Il Signore Gesù, facendo diventare l’ascolto della nostra umanità il respiro della sua intera esistenza in questo mondo, ha imparato a non rinunciare al compimento del destino di solidarietà abbracciato attraverso la scelta di incarnazione:

«Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro» (Is 50,5).

In ogni giorno della sua vita terrena, il Verbo di Dio ha fatto attento il suo orecchio a noi, fino ad accogliere, senza condizioni e senza limiti, tutto il dono e il peso della nostra realtà, sia quando essa effonde profumo di vita, sia quando esala odore di morte. Il fatto che la sua scelta sia libera — gratuita seppur ponderata — lo testimonia la capacità di riconoscere il momento del fallimento come un’occasione per portare la responsabilità delle relazioni a un vertice di verità e libertà:

«In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà» (Mt 26,21).

Gesù è consapevole che il gruppo dei suoi discepoli arriva alla vigilia della Pasqua come una barca agitata dal vento del dubbio e scossa dal maremoto della paura. Si rende perfettamente conto che la possibilità di essere tradito è prossima e intuisce persino chi è colui che ha già tramato e deciso di consegnarlo a morte. Eppure, proprio in quest’ora così amara e triste, decide di non tirarsi indietro, trasformando il momento del fallimento in una solenne liturgia di volontario, libero amore.

La ricchezza del suo cuore ha saputo ascoltare così attentamente il vuoto e la sofferenza presenti nel nostro cuore, da essere capace di provare per noi solo comprensione e compassione. Da questa profonda — e sincera — immersione nella fragilità della nostra carne umana, Gesù trae la forza di rendere la sua «faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso» (Is 50,7). Tuttavia, offrire la vita fino al perdono ed esporsi alla prospettiva della morte non significa inghiottire nel silenzio l’amaro boccone del tradimento, ma confessare fino alla fine il dolore che si prova di fronte alla rovina di chi abbiamo scelto di amare:

«Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato» (Mt 26,24).

Gesù denuncia la gravità del male senza annunciare il nome di colui che ha scelto di compierlo. In questa fine modalità di comunicazione non possiamo certo cogliere una forma di pavida reticenza, né siamo autorizzati a legittimare quella paura di fronte ai conflitti che, così spesso, ci rende muti e sordi. Dobbiamo piuttosto riconoscervi una grande capacità di voler bene senza indulgere a quella sottile forma di vendetta che coincide con il far sentire in colpa l’altro per non essere adeguatamente grato e riconoscente. In questo modo, alla vigilia del Triduo, la liturgia prova a offrirci un’ultima, drammatica opportunità di coinvolgimento nel mistero pasquale. Mettendo anche sulle nostre labbra le terribili — eppure pronunciabili — parole della non indifferenza: «Sono forse io, Signore?» (Mt 26,22).

(Fra Roberto Pasolini)