La parabola del seminatore ci mette davanti a una verità che preferiremmo non sentire: il problema non è il seme, perché la Parola di Dio è sempre viva, potente e feconda. Il problema è il terreno. E quel terreno siamo noi.
Molti cristiani pensano che basti leggere il Vangelo, ascoltare una predica o partecipare alla Messa per essere discepoli. Gesù dice il contrario. Il frutto nasce solo quando la Parola viene compresa, accolta, custodita e trasformata in vita. Se resta in superficie, il maligno la porta via. Se non mette radici, basta una prova per abbandonarla. Se il cuore è pieno di preoccupazioni, ambizioni e ricerca del benessere, la Parola viene soffocata.
Il diavolo non teme una Bibbia chiusa sul comodino. Teme un Vangelo aperto nel cuore. Per questo gioca sulla nostra ignoranza biblica, sulla superficialità, sull’incostanza e sulla seduzione delle logiche del mondo. Un cristiano che non conosce davvero la Parola è facilmente manipolabile e finisce per seguire le idee del momento invece della voce di Cristo.
Gesù stesso dice che sono pochi quelli che portano frutto. Eppure Dio non smette di seminare. Continua a “sprecare” la sua Parola anche su terreni duri, sassosi e pieni di rovi. Perché? Perché non si rassegna a perderci. Ogni giorno spera che il nostro cuore diventi finalmente terra buona.
La domanda, allora, non è: “Quante volte ascolto il Vangelo?” La vera domanda è: “Quanto Vangelo ha cambiato la mia vita?” Perché la santità non nasce dall’ascoltare tante parole, ma dal lasciare che una sola Parola metta radici e porti frutto.
(Commento a cura di Suor Palmarita Guida)